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I trionfi della Casa della Lampada, i ricordi delle protagoniste

29 Agosto 2014
di vicedirettore
Se Trieste è giustamente considerata una delle città italiane con più trionfi nazionali a livello di sport di squadra, il merito di questo invidiabile palmares va ascritto anche alla Casa della Lampada. Erano gli anni a cavallo fra i ‘50 e l '60. L'Italia era in pieno boom economico, le rivoluzioni sessantottine erano lontane un decennio, ma la figura della donna, specialmente in un territorio emancipato come il nostro, aveva quasi acquisito la parità di genere. E i trionfi di questa squadra tutta "made in Trieste” nella pallavolo femminile, contribuirono certamente ad avvicinare ed appassionare gli sportivi cittadini, sempre più innamorati di servizi, bagher e schiacciate. La Casa della Lampada si aggiudicò il titolo nel 1960, 1961 e 1962, mentre in precedenza Trieste aveva vinto lo scudetto con l’Invicta (1948 e 1949) e con la Lega Nazionale (1950).
"I ricordi di quel periodo sono eccezionali – racconta, con la voce commossa, Nerella Ficich, una delle protagoniste dell'epoca – anche perché, oltre all'amore per questa disciplina, fra noi giocatrici c'era un rapporto bellissimo, che per tante continua ancora adesso”. Nerella era una delle anime della squadra; suo padre, oltretutto, era lo sponsor. "Ma non pensate che girassero soldi, figuriamoci. Nessuna di noi prendeva una lira, con il contributo di papà riuscivamo a pagare le iscrizioni e le trasferte. Per noi la pallavolo era pura passione: c'era chi lavorava e chi studiava, gli allenamenti erano di sera, ma non sentivamo la fatica, era puro divertimento”. Un'altra epoca: quasi preistorica, se confrontata con lo sport professionistico di oggi. C'è però un trait d'union con quanto accade anche adesso sotto il profilo degli sponsor. "La città, in generale, non rispondeva granché: a parte la Casa della Lampada, in questa fantastica esperienza non ci aiutò quasi nessuno”. Problema atavico, evidentemente, che si ripropone anche oggi e non solo nella pallavolo. Ma questa è un'altra storia.
"Fosse per me – spiega nonna Ficich – tornerei in campo anche domattina. Il volley continuo a seguirlo: mia nipote gioca con la Libertas e cerco di non perdermi le sue partite. E spero proprio a settembre di essere al palasport per godermi i Mondiali”. Fra le palestre in cui si giocava, Nerella ricorda "Monte Cengio all'aperto, che emozioni. E i campi non erano mica tirati a lucido, a volte saltavamo sui sassi. E che belle le trasferte. Le prime fasi dei campionati erano un confronto quasi esclusivo fra noi e Gorizia ma poi, per le finali, ricordo i viaggi in treno a Firenze”. "Oggi – analizza – i soldi hanno inquinato lo sport professionistico, ma quello dilettantistico ed amatoriale raccoglie ancora la passione della gente”. Come quella dei suoi due figli, Claudio e Guido Scabini; il primo buon atleta di pallacanestro fino all'A2, il secondo tecnico del Don Bosco. Una famiglia di sportivi a 360 gradi.
Dei trionfi della Casa della Lampada conserva intatti i ricordi anche Mara Suttora, schiacciatrice in campo nel terzo titolo triestino (seconda a destra nella foto). "Faccio difficoltà a seguire ancora la pallavolo perché in campo vorrei esserci io...”, scherza – ma non troppo – l'ex giocatrice giuliana. "Era un piacere militare in quel gruppo: forse qui il volley non era ancora molto seguito ma quando giocavamo a Modena le palestre erano piene, c'era un entusiasmo incredibile. Ci si frequenta ancora, ogni tanto, ed è sempre bello rivivere assieme quei momenti”.
Chissà che per i Mondiali femminili non ci possa essere al PalaTrieste/PalaRubini un simpatico rendez-vous fra queste arzille nonne-pallavoliste che alla nostra città hanno regalato ben tre scudetti.