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Maurizio Fermeglia, il rettore che giocava a volley in Danimarca

22 Luglio 2014
di vicedirettore
Ha persino giocato in Danimarca, tra l’81 e l’84, come straniero di una squadra di serie C a Copenaghen e allenato una squadra femminile danese. Maurizio Fermeglia, attuale rettore dell’Università di Trieste, ha la pallavolo nel sangue. Classe ’55, sposato, con due figli, il responsabile dell’ateneo triestino ricorda volentieri i suoi trascorsi sotto rete e attende con impazienza il Mondiale femminile di volley.
Professor Fermeglia, quanti sanno che l’attuale rettore dell’Università di Trieste è stato un pallavolista di talento?
Qualche milione di persone, immagino. Scherzo. Di recente il Cus Trieste mi ha invitato a premiare i migliori atleti dell’anno e Francesco Cipolla [N.d.R. vicepresidente regionale CONI], che sapeva dei miei trascorsi pallavolistici, mi ha presentato come un’ex promessa della pallavolo.
Perché soltanto promessa?
Siamo nel ’73-’74. All’Università, facoltà di Ingegneria chimica, si lavorava davvero sodo e il mio allenatore era Giorgio Manzin - che stavolta al Cus ho potuto premiare come rettore -. Un signor allenatore: Manzin ci ha trasmesso la serietà nella preparazione atletica, lo spirito di squadra e l’ossessione del gesto tecnico.
E’ riuscito a instradare i suoi figli verso il volley?
Ho tentato. Mio figlio però giocava portiere.
Calcio, dunque.
Già.
Ci ricorda i suoi trascorsi pallavolistici?
Ricordo un fantastico periodo con Giorgio Manzin nella squadra juniores dell’Arc Linea [N. d. R. nella foto bianco e nero]. Ogni tanto alcuni di noi venivano aggregati alla trasferta con la prima squadra di serie A. Con gli juniores siamo arrivati secondi ai campionati nazionali.
Ruolo?
Al centro. I miei fondamentali migliori erano il muro e le veloci.
Gioca ancora a pallavolo?
No. Qualche problema alle ginocchia. E poi c’è il solito discorso: quando si fa una performance ad alto livello è un po’ difficile, non potendo ripetersi, giocare ancora. Resta la lacrima, come si dice.
Che emozioni le dà l’evento mondiale di volley femminile che Trieste si prepara ad accogliere?
Tantissime emozioni. Spero di essere in prima fila, compatibilmente con i miei impegni. Spero anche che l’evento sappia trascinare i nostri studenti. Trieste, a parte l’Università per stranieri di Perugia, è l’università che ha la maggior percentuale di studenti stranieri, 14 per cento contro una media del 7-8. Confido che si creino gruppi di tifosi anche di Stati stranieri.
Un’ultima domanda. Il rettore di un’Università è il leader di una squadra. Che cosa le ha insegnato la pallavolo di utile per la sua carriera e la sua professione attuale?
Tante cose. Ciò che ha più formato il mio carattere e la mia capacità di leadership è stato, accanto al servizio militare come ufficiale degli alpini e svariati anni da coordinatore del Soccorso alpino regionale, l’aver iniziato con un gioco di squadra.
La pallavolo, appunto.
Giocarla e allenarla. Ho praticato tantissimi sport: pallacanestro, tennis, scialpinismo, persino motocross. Ma solo nella pallavolo bisogna prendere decisioni immediate e averle "nella spina dorsale”. Servono reazioni giuste e più veloci possibile. Oggi questo è fondamentale per me.